anno 2004 Antonio Carioti
 
Antonio Carioti

Di Vittorio

Editore Il Mulino
 


Nella sala grande della Camera del Lavoro di Bologna, una delle più antiche d'Italia, campeggiava, fino ad alcuni anni fa, una foto gigantesca. Non era l'immagine di uno dei tanti eroi di cui la tradizione sindacale e popolare padana è ricca, ma un primo piano di un uomo degli anni '50. Capelli foltissimi e lineamenti marcati da contadino meridionale: Giuseppe Di Vittorio.
Una bella immagine del sindacalista, sul palco di un comizio, compare anche sulla copertina del libro di Antonio Carioti: Di Vittorio - editore Il Mulino.
Giuseppe Di Vittorio non era un borghese folgorato nei primi anni del '900 dalla causa e dalle lotte del proletariato in rivolta, ma un bracciante autodidatta, capo dei contadini pugliesi, successivamente riconosciuto dalla classe operaia italiana ed internazionale come un grande dirigente. Un eroe popolare dai metodi di lotta concreti, diventato finanche presidente della Federazione Sindacale Mondiale.
Riformista a modo suo, si era affermato, anzi, nell'eterogeneo ambiente politico del sindacalismo rivoluzionario italiano, in cui convivevano i seguaci di Sorel, nazionalisti, anarchici ed ex combattenti.
L'Unione Sindacale Italiana, già forte in Emilia Romagna, in Toscana e nelle Marche ed egemone in alcune importanti Federazioni di lavoratori, come i ferrovieri ed i marittimi, trovò in Di Vittorio e nei suoi compagni dei formidabili organizzatori delle masse contadine meridionali. Un legame con la terra e con le sue lotte che avrebbe caratterizzato sempre il suo impegno e che lo avrebbe portato nel 1921 ad una plebiscitaria elezione alla Camera dei Deputati.
Durante la marcia su Roma soltanto Parma e Bari, roccaforti del sindacalismo rivoluzionario, riuscirono a fermare le squadre dei fascisti in armi. Di Vittorio fu protagonista ed organizzatore della resistenza di Bari Vecchia. I fascisti pugliesi, ed il loro capo Caradonna, lo odiavano e fu costretto ad abbandonare la sua terra, mentre si acuivano i dissensi con l'U.S.I., che gli contestava l'incompatibilità fra i ruoli di dirigente sindacale e di parlamentare.
Di Vittorio aderì al Partito Comunista e, con l'affermarsi del fascismo, la sua vita, come per migliaia di antifascisti, fu un'alternanza fra detenzione, confino ed esilio. Fu a lungo a Mosca e, poi commissario politico dell'XI Brigata Internazionale nella guerra di Spagna.
Di Vittorio, durante il successivo periodo di emigrazione in Francia, si caratterizzò per la rigida ortodossia stalinista. Un episodio buio attirò contro di lui lo sdegno di libertari, trotzkisti e socialisti; durante la commemorazione delle vittime dei caduti per la libertà della Repubblica spagnola, rifiutò di citare l'anarchico Camillo Berberi, ucciso da sicari stalinisti in circostanze oscure a Barcellona. Anzi, ne rivendicò politicamente l'uccisione.
Negli ultimi capitoli Carioti esamina l'attività più vicina a noi. Di Vittorio che riaggrega il movimento sindacale italiano, che guida durante gli anni del Dopoguerra. I primi nuovi conflitti con gli industriali e gli agrari, il Piano Marshall, le scissioni nel movimento sindacale e la ricerca continua di occasioni unitarie di lotta con le nuove organizzazioni sindacali dei lavoratori cattolici e laici, la plebiscitaria elezione al Consiglio Comunale di Roma, la crisi di consensi della CGIL, la rivolta di Budapest ed i dissensi con il Partito Comunista Italiano.